
Il
Casino del Cielo riflesso sorgeva insospettabilmente prossimo a Marylebone e ai quartieri alti.
Di fatto, dal punto di vista architettonico e in quanto a fasto esso non aveva nulla da invidiare alle belle residenze che si affacciavano su Regent’s Park e sugli ampi viali che circondavano il parco. Più piccolo, forse, com’era normale aspettarsi da una dependache, ma circondato da una vasto giardino piantumato e chiuso da alte siepi di bosso che lo racchiudevano come uno scrigno.
Superato il cancello nero, e avanzando tra gli alberi, l’edificio appariva all’improvviso, al centro di una grande vasca artificiale che ne accoglieva il riflesso tremolante, proiettandolo in un cielo scuro dove si agitavano costellazioni di ninfee e nebuolose di piante acquatiche.
Da qui il soprannome della dimora, o almeno quello con cui era nota ai più.
Per chi la frequentava abitualmente, essa era il
Casino dei Perduti.
Il casino era raggiungibile dalla terraferma con un’imbarcazione che ricordava, nella foggia, una gondola veneziana. Anche il nocchiero che la guidava era abbigliato con un Domino nero in velluto di seta e pizzo chantilly, il volto celato da una maschera che lasciava scorgere appena gli occhi all’ombra della bautta.
Jericho Marmaduke Shelmardine aveva percorso il tragitto fino al cancello nero con l’inconsapevolezza di chi, perduto ogni riferimento, ritrova la strada di casa per un puro istinto. Istinto di autodistruzione, nel suo caso, ma poco importava, quando l’annichilimento sembrava destinato ad essere l’unica possibile risoluzione.
Accolto al cancello da una coppia di servitori in livrea rosso sangue, Jericho aveva percorso il sentiero di ghiaia bianca che si inoltrava attraverso il prato ben curato e le aiole, mentre i rumori della città lasciavano il posto a un silenzio foderato dal mormorio delle fontane, dai respiro della notte.
Quando giunse nei pressi della vasca, la figura immobile del nocchiero si stagliava contro la sagoma del Casino, le cui luci sfavillanti s’incendiavano in lampi e baluginii nel riflesso sottostante.
Senza una parola salì sulla gondola, che subito prese a fendere il pelo dell’acqua come una nera lama.
Non ci volle molto. La discesa era sempre tragicamente rapida, rispetto alla risalita.
Avvicinandosi all’approdo, Jericho socchiuse gli occhi, udendo la musica che si diffondeva dalle finestre aperte. C’era sempre musica, la notte, nel
Casino dei Perduti. Rivestiva il silenzio di una veste sontuosa, lo copriva, soffocandone i sussurri, i gemiti. Le grida.
Cembali turchi, crotali, sistri, sonagli, flauti di bambù, sitar, tamburi… Legni esotici e avorio scolpito, per creare una musica che non era musica, dissonante, a tratti, eppure dall’innegabile malia.
Quando mise piede sulla banchina di pietra, aiutandosi col corrimano che ripeteva gli stessi contorti motivi ornamentali del cancello, Jericho fu accolto da un giovane paggio, vestito solo della propria pelle tinta d’oro, come d’oro erano i capelli acconciati in boccoli scolpiti intorno al viso e al collo sottile.
Sempre senza una parola il giovinetto gli porse una coppa di cristallo nella quale si agitava un liquido ambrato, e che Jericho bevve senza esitare.
Il vino era fresco, denso di aromi e suggestioni, ma a renderlo speciale non era certo ciò che si poteva percepire col gusto, non la sua fragranza, né il bouchet. Il laudano non aveva sapore, non aveva odore, ma il suo effetto sulle membra e sulla mente fu così istantaneo che quando il ragazzo lo prese per mano conducendolo all’interno, Jericho si sentiva già più leggero, come se nella gondola avesse abbandonato la propria condanna, insieme alla propria anima.
La notte era appena cominciata, nel
Casino dei Perduti, ma per alcuni non sarebbe finita mai.
L’interno era un unico, vasto ambiente circolare, seppur strutturato in differenti livelli, in un bizzarro stravolgimento di prospettive e volumi.
Terrazze apparentemente irraggiungibili si affacciavano su penisole sospese nel vuoto, scalinate cieche che terminavano contro i pesanti tendaggi cremisi che rivestivano le pareti, aprendosi solo a rivelare il riflesso delle tante finestre. Finestre che, ad un certo punto della notte, sarebbero state oscurate.
Il centro della sala presentava un affossamento, interamente occupato di cuscini dalla foggia orientale e soffici tappeti. Tutt’intorno, a un paio di metri, correvano alcune serie di gradinate, che facevano pensare a un piccolo anfiteatro, sebbene anch'esse fossero disseminate di divani e chaise longe.
E nell’arena su cui si affacciavano non lottavano nerboruti gladiatori, sebbene ciò che vi si consumava non fosse, a volte, meno cruento…
Uomini e donne si muovevano nell’ambiente, rischiarato da lampade di vetro cangiante e alabastro, da bracieri dalla foggia bizzarra che diffondevano ovunque dense nuvole d’incenso e oppio.
Le donne, per lo più erano seminude e scalze, pochi veli a scoprire più che celare le loro forme, gioielli luminosi ai polsi, alle caviglie, al collo, tra i capelli. Molte di loro indossavano maschere dalle fogge bizzarre, finemente impreziosite di gemme e cristalli. Alcune avevano la pelle interamente tinta d’oro, come il paggio che aveva accolto Jericho, o il corpo dipinto di arabeschi dai colori accesi e decorato di piume di pavone, tanto da farle apparire come curiosi e splendidi animali mitologici.
Il Re Belial, anfitrione e anima del
Casino, accolse Jericho come un figliol prodigo.
Quando lo scorse si alzò dallo scranno che gli era deputato, e che occupava un punto dominante, dal quale si poteva abbracciare, in un singolo colpo d’occhio, tutto l’ambiente. e scese la scalinata , seguito dallo strascico della veste da camera cremisi che si snodava dietro ai suoi passi, simile a una scia di sangue.
Non aveva importanza chi egli fosse, da dove venisse, come vivesse quando non era al
Casino.
Era difficile perfino concepire per lui un’esistenza al di fuori di quell’ambiente saturo dei fumi dell’oppio, come se, lontano dalle luci opalescenti, fosse destinato a svanire come un’ombra alle prime luci dell’alba.
Ma lo stesso poteva dirsi di tutti i suoi ospiti, abituali o occasionali che fossero.
Nel momento stesso in cui la gondola si staccava dalla sponda, essi diventavano a tutti gli effetti dei
Perduti, salvo ritrovare se stessi il giorno dopo. Ammesso che lo desiderassero…
Il Re Belial abbracciò Jericho, sfiorandogli le guance con le proprie. Il suo volto pallido era freddo, come fredda appariva la pelle nuda del suo petto, lasciato scoperto dalle pieghe della veste cremisi.
“Bentornato, Lucifero” lo salutò, la voce bassa, appena sussurrata, un vago, indistinto accento, che rendeva ancora più ineffabile la sua origine.
Forse, come suggeriva il suo nome, era scaturito dall’inferno stesso.
Pose un mano sulla schiena di Jericho, guidandolo lungo un passaggio che correva ad anello intorno all’arena.
Sui divani e tra i cuscini uomini in maniche di camicia giacevano, blanditi dalle carezze delle fanciulle e dei fanciulli che costituivano la corte del
Casino.
Per alcuni di quegli ospiti era più facile indovinare una vita reale, al di fuori di quel sogno voluttuoso, ma non aveva importanza.
Gli ospiti del
Casinoerano, appunto ospiti.
Non clienti. Venivano invitati, e, avendo le giuste conoscenze, si poteva sperare di essere accolti nel novero dei privilegiati almeno per una notte.
Era la casa del Re Belial, il suo palazzo dei giochi, riservato al divertimento suo e dei suoi amici. Null’altro.
Il fatto che sorgesse non lontano dal Golden Cage, uno dei bordelli più prestigiosi della città, al quale si diceva fosse collegato da una galleria segreta che correva attraverso il parco e sotto il lago, non significava nulla.
Al
Casino non vigevano le regole del bordello. Non vigeva alcuna regola, in realtà, solo i capricci del Re e dei suoi ospiti, solo la volontà, o l’annullamento della medesima, dei
Perduti.
“Ci sei mancato” sussurrò il Re all’orecchio di Jericho, mentre lo conduceva attraverso il suo regno.
Uomini dai corpi che parevano scolpiti nel bronzo erano a guardia della sala, custodi e ornamenti, a un tempo, poiché anch’essi ostentavano la loro nudità imbracata in cuoio e gioielli.
“Un’anima in più o in meno, all’inferno, non fa poi così tanta differenza” rispose Jericho, mentre un’altra coppa veniva posta nella sua mano, che meccanicamente la portava alla bocca.
Due ragazze dalle piume di pavone lambivano con le lingue rosee quello stesso liquido, lasciato colare sul corpo di una terza ragazza, su un divano poco distante, davanti agli occhi attenti di alcuni gentiluomini.
“La tua anima per noi fa molta differenza” lo corresse la voce roca del Re, da un luogo infinitamente distante.
Jericho sorrise, passandosi la lingua sulle labbra. La mente si stava assopendo, misericordiosamente, e presto di lui non sarebbe rimasto più nulla, nulla che valesse la pena di tenere in vita. I
Perduti avrebbero fatto il resto, avrebbero strappato dal suo corpo ogni brandello di umanità, ogni traccia di dignità, dilaniandolo la sua carne, violandone ogni piega più riposta, esiliandolo da se stesso come il sovrano spodestato di un regno perduto.
E poi sarebbe venuto il nulla.
Qualcuno gli stava togliendo la camicia. Non si era accorto di quando gli avessero sfilato la giacca, ma non aveva importanza.
Nell’arena una fanciulla piangeva, gridava, nell’indifferenza. Non tutti sceglievano di essere in quel luogo, e l’oppio e la morfina non dovevano essere stati sufficienti per renderla del tutto incosciente.
Jericho vide due uomini, tre, avventarsi su di lei, immobilizzarla, soffocando le sue grida, mentre altri si avvicinavano per assistere, e attendere il proprio turno. Il corpo bianco della ragazza era l’unico punto di luce tra i cuscini scuri, tra i corpi dei suo assalitori, un tragico stendardo straziato da mani rapaci, divorato da bocche ingorde.
Distolse lo sguardo, infastidito dal barlume di coscienza che, da qualche parte in lui, ancora gridava e gemeva come la ragazza stuprata.
Sentii mani lievi sfiorargli il petto nudo e la schiena.
Il Re lo aveva sospinto dolcemente tra una fanciulla e un giovinetto, sebbene fosse difficile distinguerli, così confusi e indistinti apparivano nell’incerta bellezza dell’adolescenza.
“Spero di incontrarti di nuovo nell’arena, Lucifero, più tardi” lo salutò il Re Belial, guardandolo quasi con tenerezza. “Spero di vederti ardere e cadere, e commuoverci come tu solo sai fare.”
Jericho prese atto, annuendo appena. Non che quelle parole avessero importanza. Ma cosa ne aveva poi?
Si abbandonò alla dolcezza delle mani e delle bocche dei due gemelli, preludio a tutto ciò che sarebbe venuto in seguito. Qualcuno fece passare una sciarpa di seta intorno ai suoi occhi, privandolo della vista, ma andava bene così. Anche se li avesse visti, non per questo sarebbe stato più padrone di sé.
E anche quando si sentì afferrare con violenza e gettare tra i cuscini, che profumavano di fiori e sandalo, non reagì, se non sorridendo appena.
Tutto ciò che desiderava era sentire, fosse anche il dolore, morire come una stella che esplode, non spegnendosi nel gelo di reale, ma ardendo in un’unica, abbagliante nova, per poi svanire nell’oscurità.
Almeno questo glielo doveva, il suo corpo traditore.