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Orphen
Posted on 2009.07.06 at 17:00



Titolo:
Doppelgänger
Autore: Cauchemar, Arghenta
Fandom: Torchwood
Personaggi: Tutti quelli presenti nella I e II stagione + Julian Vallantine
Parte: (3/?)
Rating: R


PARTE 3

"Giuro che se non foste voi vi sgriderei come scolaretti in gita. Vi sembra questo il modo di sparire nel mezzo delle indagini? Sapete, dopotutto," sorrise storto "che non avete il permesso di divertirvi senza di me…"
A quelle parole Ianto chinò il capo, incapace di impedirsi di arrossire, mentre Julian sbuffò una breve risata.
“E come potremmo divertirci senza di te, Capitano?” lo provocò, ironicamente.
“Se pensi di aver bisogno di lezioni, sono certo che il nostro Ianto sarebbe più che lieto di fornirtele” rispose Jack, stringendo gli occhi fino a ridurli a due fessure sottili e luminose.
“Ma di cosa stai parlando?!” esclamò Ianto, sgranando gli occhi. Che diavolo saltava in mente a Jack di fare certe affermazioni davanti a un collega, fosse anche l’ultimo arrivato come Julian?
Ma Jack non rispose, limitandosi a scrollare le spalle e a ridere. Poi li afferrò entrambi, una mano per spalla, e li sospinse fuori dal Luna Park, proprio mentre la voce di Gwen tornava a farsi udire nell’auricolare, per aggiornarli sugli ultimi avvenimenti.

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Orphen

Doppelgänger - 1-2

Posted on 2009.06.30 at 09:51



Titolo:
Doppelgänger
Autore: Cauchemar, Arghenta
Fandom: Torchwood
Personaggi: Tutti quelli presenti nella I e II stagione + Julian Vallantine
Parte: (1-2/?)
Rating: R

PARTE I

Ianto Jones si svegliò di soprassalto, soffocando un grido.
L'oscurità lo accolse, lasciandolo per un istante smarrito e boccheggiante, impietrito dal terrore, che gli impediva ogni gesto, ogni suono. C'era qualcosa, nel buio, qualcosa che non avrebbe dovuto essere, frammenti di un sogno strano e terribile rimasti impigliati tra le sue ciglia, come ragnatele.
Poi l'interruttore della lampada posta sul comodino scattò, e una calda luce ambrata si diffuse, dissolvendo, almeno in parte, le ombre.
"Va tutto bene, Ianto?"Read more...(if you dare ^o^) )

Orphen

Qualcosa nell'aria - 5/6

Posted on 2009.06.30 at 09:45


Titolo:
Qualcosa nell'aria
Autore: Cauchemar, Arghenta
Fandom: Torchwood
Personaggi: Tutti quelli presenti nella I e II stagione + Julian Vallantine
Parte: completa (5-6/6)
Rating: R


PARTE 5

Quando furono soli Ianto ancora tratteneva il prigioniero con una di quelle posizioni che gli aveva insegnato Jack: le braccia sotto quelle di Julian e le mani con le dita intrecciate dietro la sua nuca. Non poteva quindi vedere il volto dell´altro, il volto tirato, le labbra serrate a soffocare ogni gemito di dolore per quella che era una posizione decisamente scomoda per la sua spalla, lo sguardo dietro cui si annidava silenzioso un temporale di emozioni. Julian sopportava lo stato umiliante della sua situazione barricandosi dietro al silenzio, Ianto lo ascoltava come se fossero parole pronunciate ad alta voce.
Voce, perché lui stesso, il più delle volte, usava il silenzio come un abito.
La base sembrava viva attorno a loro, tutti quei piccoli suoni che gli uomini di Torchwood ormai conoscevano bene e la facevano sentire come e più di una casa, quasi una persona.
"Lasciami." mormorò Julian.
Ianto non si mosse.
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Orphen

Qualcosa nell'aria - 3/4

Posted on 2009.06.30 at 09:23


Titolo:
Qualcosa nell'aria
Autore: Cauchemar, Arghenta
Fandom: Torchwood
Personaggi: Tutti quelli presenti nella I e II stagione + Julian Vallantine
Parte: completa (1-2/6)
Rating: R


PARTE 3

Sua sorella gli porse il te e si sedette, prolungando fra loro il silenzio come fosse un rimprovero. Da quando loro madre era morta, quando lui era ancora poco più di un bambino, si era sentita in dovere di sostituirla e anche ora che era uomo fatto non voleva rinunciare a quel ruolo, come ogni madre.
“Julian davvero, sarebbe tempo che ti sistemassi. I tuoi studi sono lodevoli, la tua dedizione alle terre è encomiabile e i conti certo non languono, ma dovresti trovarti una moglie. Hai una certa età ormai, assomigli moltissimo a nostro padre e non ci sarebbe ragazza nubile che non apprezzerebbe un simile partito”
“Avete detto bene mia cara sorella, un partito. La cosa non mi interessa” tagliò corto con la ruvidezza che si porta ad un discorso già affrontato molte volte.
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Orphen

Qualcosa nell'aria - 1/2

Posted on 2009.06.30 at 09:20


Titolo:
Qualcosa nell'aria
Autore: Cauchemar, Arghenta
Fandom: Torchwood
Personaggi: Tutti quelli presenti nella I e II stagione + Julian Vallantine
Parte: completa (1-2/6)
Rating: R


PARTE 1

Il ronzio dei terminali diffondeva nel vasto ambiente un lieve tappeto sonoro.
Inquietante, nel silenzio del primo mattino, per chi fosse entrato in quel luogo senza conoscerne l'esatta natura. O anche conoscendola...
Ma per Ianto Jones quella era 'casa', e poter godere di quella quiete mattutina, in attesa dell'arrivo dei suoi colleghi, era uno dei pochi lussi che amava concedersi.
Lasciò scorrere lo sguardo compiaciuto sulle tazze ordinate sul pensile che sovrastava l'angolo caffè. Era confortante quel senso di ordine e pulizia, confortante sapere di aver trascorso la sera precedente a riordinare, ma confortante anche sapere che, di lì a poco, il lavoro sarebbe ripreso e prima di sera ci sarebbe stato da rifare tutto.
Se non avesse lavorato in un luogo come quello, quelle prospettiva avrebbe potuto apparirgli deprimente. Ma non lì, sotto Roald Dahl Plass, schiacciati tra cielo e terra, sull'orlo del baratro, a cavallo della fessura, dove iniziava la fine... Un sorriso segreto gli incurvò appena le labbra sottili. Assolutamente favoloso!
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Orphen

His name is Lancelot...

Posted on 2009.06.29 at 08:58
 

Orphen

5 maggio

Posted on 2009.05.05 at 14:24



Ei fu. Siccome immobile,
dato il mortal sospiro,
stette la spoglia immemore
orba di tanto spiro,
così percossa, attonita
la terra al nunzio sta,

muta pensando all'ultima
ora dell'uomo fatale;
nè sa quando una simile
orma di piè mortale
la sua cruenta polvere
a calpestar verrà.

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magician

Il Casino del Cielo riflesso

Posted on 2009.04.03 at 16:01


Il Casino del Cielo riflesso sorgeva insospettabilmente prossimo a Marylebone e ai quartieri alti.
Di fatto, dal punto di vista architettonico e in quanto a fasto esso non aveva nulla da invidiare alle belle residenze che si affacciavano su Regent’s Park e sugli ampi viali che circondavano il parco. Più piccolo, forse, com’era normale aspettarsi da una dependache, ma circondato da una vasto giardino piantumato e chiuso da alte siepi di bosso che lo racchiudevano come uno scrigno.
Superato il cancello nero, e avanzando tra gli alberi, l’edificio appariva all’improvviso, al centro di una grande vasca artificiale che ne accoglieva il riflesso tremolante, proiettandolo in un cielo scuro dove si agitavano costellazioni di ninfee e nebuolose di piante acquatiche.
Da qui il soprannome della dimora, o almeno quello con cui era nota ai più.
Per chi la frequentava abitualmente, essa era il Casino dei Perduti.
Il casino era raggiungibile dalla terraferma con un’imbarcazione che ricordava, nella foggia, una gondola veneziana. Anche il nocchiero che la guidava era abbigliato con un Domino nero in velluto di seta e pizzo chantilly, il volto celato da una maschera che lasciava scorgere appena gli occhi all’ombra della bautta.

Jericho Marmaduke Shelmardine aveva percorso il tragitto fino al cancello nero con l’inconsapevolezza di chi, perduto ogni riferimento, ritrova la strada di casa per un puro istinto. Istinto di autodistruzione, nel suo caso, ma poco importava, quando l’annichilimento sembrava destinato ad essere l’unica possibile risoluzione.
Accolto al cancello da una coppia di servitori in livrea rosso sangue, Jericho aveva percorso il sentiero di ghiaia bianca che si inoltrava attraverso il prato ben curato e le aiole, mentre i rumori della città lasciavano il posto a un silenzio foderato dal mormorio delle fontane, dai respiro della notte.
Quando giunse nei pressi della vasca, la figura immobile del nocchiero si stagliava contro la sagoma del Casino, le cui luci sfavillanti s’incendiavano in lampi e baluginii nel riflesso sottostante.
Senza una parola salì sulla gondola, che subito prese a fendere il pelo dell’acqua come una nera lama.

Non ci volle molto. La discesa era sempre tragicamente rapida, rispetto alla risalita.
Avvicinandosi all’approdo, Jericho socchiuse gli occhi, udendo la musica che si diffondeva dalle finestre aperte. C’era sempre musica, la notte, nel Casino dei Perduti. Rivestiva il silenzio di una veste sontuosa, lo copriva, soffocandone i sussurri, i gemiti. Le grida.
Cembali turchi, crotali, sistri, sonagli, flauti di bambù, sitar, tamburi… Legni esotici e avorio scolpito, per creare una musica che non era musica, dissonante, a tratti, eppure dall’innegabile malia.

Quando mise piede sulla banchina di pietra, aiutandosi col corrimano che ripeteva gli stessi contorti motivi ornamentali del cancello, Jericho fu accolto da un giovane paggio, vestito solo della propria pelle tinta d’oro, come d’oro erano i capelli acconciati in boccoli scolpiti intorno al viso e al collo sottile.
Sempre senza una parola il giovinetto gli porse una coppa di cristallo nella quale si agitava un liquido ambrato, e che Jericho bevve senza esitare.
Il vino era fresco, denso di aromi e suggestioni, ma a renderlo speciale non era certo ciò che si poteva percepire col gusto, non la sua fragranza, né il bouchet. Il laudano non aveva sapore, non aveva odore, ma il suo effetto sulle membra e sulla mente fu così istantaneo che quando il ragazzo lo prese per mano conducendolo all’interno, Jericho si sentiva già più leggero, come se nella gondola avesse abbandonato la propria condanna, insieme alla propria anima.

La notte era appena cominciata, nel Casino dei Perduti, ma per alcuni non sarebbe finita mai.
L’interno era un unico, vasto ambiente circolare, seppur strutturato in differenti livelli, in un bizzarro stravolgimento di prospettive e volumi.
Terrazze apparentemente irraggiungibili si affacciavano su penisole sospese nel vuoto, scalinate cieche che terminavano contro i pesanti tendaggi cremisi che rivestivano le pareti, aprendosi solo a rivelare il riflesso delle tante finestre. Finestre che, ad un certo punto della notte, sarebbero state oscurate.
Il centro della sala presentava un affossamento, interamente occupato di cuscini dalla foggia orientale e soffici tappeti. Tutt’intorno, a un paio di metri, correvano alcune serie di gradinate, che facevano pensare a un piccolo anfiteatro, sebbene anch'esse fossero disseminate di divani e chaise longe.
E nell’arena su cui si affacciavano non lottavano nerboruti gladiatori, sebbene ciò che vi si consumava non fosse, a volte, meno cruento…

Uomini e donne si muovevano nell’ambiente, rischiarato da lampade di vetro cangiante e alabastro, da bracieri dalla foggia bizzarra che diffondevano ovunque dense nuvole d’incenso e oppio.
Le donne, per lo più erano seminude e scalze, pochi veli a scoprire più che celare le loro forme, gioielli luminosi ai polsi, alle caviglie, al collo, tra i capelli. Molte di loro indossavano maschere dalle fogge bizzarre, finemente impreziosite di gemme e cristalli. Alcune avevano la pelle interamente tinta d’oro, come il paggio che aveva accolto Jericho, o il corpo dipinto di arabeschi dai colori accesi e decorato di piume di pavone, tanto da farle apparire come curiosi e splendidi animali mitologici.

Il Re Belial, anfitrione e anima del Casino, accolse Jericho come un figliol prodigo.
Quando lo scorse si alzò dallo scranno che gli era deputato, e che occupava un punto dominante, dal quale si poteva abbracciare, in un singolo colpo d’occhio, tutto l’ambiente. e scese la scalinata , seguito dallo strascico della veste da camera cremisi che si snodava dietro ai suoi passi, simile a una scia di sangue.
Non aveva importanza chi egli fosse, da dove venisse, come vivesse quando non era al Casino.
Era difficile perfino concepire per lui un’esistenza al di fuori di quell’ambiente saturo dei fumi dell’oppio, come se, lontano dalle luci opalescenti, fosse destinato a svanire come un’ombra alle prime luci dell’alba.
Ma lo stesso poteva dirsi di tutti i suoi ospiti, abituali o occasionali che fossero.
Nel momento stesso in cui la gondola si staccava dalla sponda, essi diventavano a tutti gli effetti dei Perduti, salvo ritrovare se stessi il giorno dopo. Ammesso che lo desiderassero…

Il Re Belial abbracciò Jericho, sfiorandogli le guance con le proprie. Il suo volto pallido era freddo, come fredda appariva la pelle nuda del suo petto, lasciato scoperto dalle pieghe della veste cremisi.
“Bentornato, Lucifero” lo salutò, la voce bassa, appena sussurrata, un vago, indistinto accento, che rendeva ancora più ineffabile la sua origine.
Forse, come suggeriva il suo nome, era scaturito dall’inferno stesso.
Pose un mano sulla schiena di Jericho, guidandolo lungo un passaggio che correva ad anello intorno all’arena.
Sui divani e tra i cuscini uomini in maniche di camicia giacevano, blanditi dalle carezze delle fanciulle e dei fanciulli che costituivano la corte del Casino.
Per alcuni di quegli ospiti era più facile indovinare una vita reale, al di fuori di quel sogno voluttuoso, ma non aveva importanza.
Gli ospiti del Casinoerano, appunto ospiti.
Non clienti. Venivano invitati, e, avendo le giuste conoscenze, si poteva sperare di essere accolti nel novero dei privilegiati almeno per una notte.
Era la casa del Re Belial, il suo palazzo dei giochi, riservato al divertimento suo e dei suoi amici. Null’altro.
Il fatto che sorgesse non lontano dal Golden Cage, uno dei bordelli più prestigiosi della città, al quale si diceva fosse collegato da una galleria segreta che correva attraverso il parco e sotto il lago, non significava nulla.
Al Casino non vigevano le regole del bordello. Non vigeva alcuna regola, in realtà, solo i capricci del Re e dei suoi ospiti, solo la volontà, o l’annullamento della medesima, dei Perduti.

“Ci sei mancato” sussurrò il Re all’orecchio di Jericho, mentre lo conduceva attraverso il suo regno.
Uomini dai corpi che parevano scolpiti nel bronzo erano a guardia della sala, custodi e ornamenti, a un tempo, poiché anch’essi ostentavano la loro nudità imbracata in cuoio e gioielli.
“Un’anima in più o in meno, all’inferno, non fa poi così tanta differenza” rispose Jericho, mentre un’altra coppa veniva posta nella sua mano, che meccanicamente la portava alla bocca.
Due ragazze dalle piume di pavone lambivano con le lingue rosee quello stesso liquido, lasciato colare sul corpo di una terza ragazza, su un divano poco distante, davanti agli occhi attenti di alcuni gentiluomini.

“La tua anima per noi fa molta differenza” lo corresse la voce roca del Re, da un luogo infinitamente distante.
Jericho sorrise, passandosi la lingua sulle labbra. La mente si stava assopendo, misericordiosamente, e presto di lui non sarebbe rimasto più nulla, nulla che valesse la pena di tenere in vita. I Perduti avrebbero fatto il resto, avrebbero strappato dal suo corpo ogni brandello di umanità, ogni traccia di dignità, dilaniandolo la sua carne, violandone ogni piega più riposta, esiliandolo da se stesso come il sovrano spodestato di un regno perduto.
E poi sarebbe venuto il nulla.

Qualcuno gli stava togliendo la camicia. Non si era accorto di quando gli avessero sfilato la giacca, ma non aveva importanza.
Nell’arena una fanciulla piangeva, gridava, nell’indifferenza. Non tutti sceglievano di essere in quel luogo, e l’oppio e la morfina non dovevano essere stati sufficienti per renderla del tutto incosciente.
Jericho vide due uomini, tre, avventarsi su di lei, immobilizzarla, soffocando le sue grida, mentre altri si avvicinavano per assistere, e attendere il proprio turno. Il corpo bianco della ragazza era l’unico punto di luce tra i cuscini scuri, tra i corpi dei suo assalitori, un tragico stendardo straziato da mani rapaci, divorato da bocche ingorde.
Distolse lo sguardo, infastidito dal barlume di coscienza che, da qualche parte in lui, ancora gridava e gemeva come la ragazza stuprata.

Sentii mani lievi sfiorargli il petto nudo e la schiena.
Il Re lo aveva sospinto dolcemente tra una fanciulla e un giovinetto, sebbene fosse difficile distinguerli, così confusi e indistinti apparivano nell’incerta bellezza dell’adolescenza.
“Spero di incontrarti di nuovo nell’arena, Lucifero, più tardi” lo salutò il Re Belial, guardandolo quasi con tenerezza. “Spero di vederti ardere e cadere, e commuoverci come tu solo sai fare.”
Jericho prese atto, annuendo appena. Non che quelle parole avessero importanza. Ma cosa ne aveva poi?

Si abbandonò alla dolcezza delle mani e delle bocche dei due gemelli, preludio a tutto ciò che sarebbe venuto in seguito. Qualcuno fece passare una sciarpa di seta intorno ai suoi occhi, privandolo della vista, ma andava bene così. Anche se li avesse visti, non per questo sarebbe stato più padrone di sé.
E anche quando si sentì afferrare con violenza e gettare tra i cuscini, che profumavano di fiori e sandalo, non reagì, se non sorridendo appena.
Tutto ciò che desiderava era sentire, fosse anche il dolore, morire come una stella che esplode, non spegnendosi nel gelo di reale, ma ardendo in un’unica, abbagliante nova, per poi svanire nell’oscurità.
Almeno questo glielo doveva, il suo corpo traditore.

Orphen

Video da Victorian Tales

Posted on 2009.03.27 at 12:16
Un modo come un altro per ritornare...


 

Orphen

5 Novembre

Posted on 2008.11.05 at 16:49
  • Ricorda per sempre il 5 novembre, il giorno delle congiure delle polveri contro il parlamento. Non vedo perchè di questo complotto, nel tempo il ricordo andrebbe interrotto. Ma l'uomo? So che il suo nome era Guy Fawkes e so che nel 1605 tentò di far esplodere il parlamento inglese. Ma chi era realmente? Che tipo d'uomo era? Ci insegnano a ricordare le idee e non l'uomo, perché l'uomo può fallire. L'uomo può essere catturato, può essere ucciso e dimenticato. Ma 400 anni dopo ancora una volta un'idea può cambiare il mondo. Io sono testimone diretto della forza delle idee, ho visto gente uccidere per conto e per nome delle idee, li ho visti morire per difenderle… Ma non si può baciare un'idea, non puoi toccarla né abbracciarla; le idee non sanguinano, non provano dolore... le idee non amano. Non è di un'idea che sento la mancanza ma di un uomo, un uomo che mi ha riportato alla mente il 5 novembre: un uomo che non dimenticherò mai. [(Prologo)]
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